FERNANDO MAGLIO mi ha trasmesso una nota significativa su “curiosità della metà del secolo scorso “....
Ho tentato anche oggi di inviare un messaggio ad un qualche componente la Pubblica Amministrazione..........

Uomini che odiano le donne
Le atmosfere sono cupe, la natura gelida e inospitale. Sotto il freddo cielo di Svezia, le verità restano nascoste a profondità irraggiungibili: tuttavia, se si prova a scavare al di là della superficie delle cose, il Male affiora in tutta la sua crudezza, svelando torbidi segreti, a lungo seppelliti. Niente è come sembra. Nella Svezia presa da più parti come esempio di società aperta e tollerante, la violenza si nasconde spesso dietro il volto delle persone amate: la famiglia è un covo di vipere, la sessualità distorta e malata, la ricca borghesia capitalista un abisso di odio filonazista e di segreti inconfessabili.
Ispirato alla fortunatissima trilogia Millennium dello svedese Stieg Larsson (diventata un vero caso editoriale da dieci milioni di copie vendute), il film segue la struttura del primo, omonimo, volume, con qualche anticipazione del secondo. Il regista Niels Arden Oplev, che si è dedicato – prima controvoglia, poi con entusiasmo – all’adattamento cinematografico del thriller, riesce a preservare lo spirito del romanzo: nel film, le pagine del libro si animano fra inquadrature cupe e misteriose e una sceneggiatura che segue la via tracciata dal best-seller.
Giornalista d’assalto in crisi, Mikael Blomkvist viene incaricato da un ricchissimo industriale di indagare sulla sparizione, avvenuta quarant’anni prima, di sua nipote Harriet Vanger: l’anziano è convinto che sia stata uccisa e che il responsabile sia uno di famiglia. Blomkvist si mette al lavoro con l’aiuto della prodigiosa hacker Lisbeth Salander, una giovane ribelle ricoperta di tatuaggi e piena di rancori. Le loro indagini, condotte febbrilmente tra minacce e intimidazioni, porteranno alla luce una storia terrificante.
Nonostante la lunghezza eccezionale (oltre due ore e mezza), Uomini che odiano le donne tiene inchiodata l’attenzione dello spettatore sino alla fine, grazie al continuo susseguirsi di imprevisti e colpi di scena. Chi ha già letto il libro non resterà deluso dalla trasposizione cinematografica (malgrado i numerosi tagli), chi non è iniziato alla trilogia di Larsson apprezzerà il bel thriller psicologico, freddo e tagliente, inconfondibilmente segnato da emozioni maledette. Sinistra l’atmosfera, postmoderni gli scenari: il mondo è scomparso, se ne intravedono solo sfocati simulacri dietro lo schermo – onnipresente – di un computer. Bravi gli attori, in particolare Noomi Rapace (Lisbeth), magnifica per carisma, presenza scenica e magnetismo animale. Gli uomini quasi mai fanno una bella figura, il ritratto della classe dirigente è spietato, il tono è amaro e pessimista. E la storia continua: il mistero del Male e della malvagità umana è ancora lontano dall’essere chiarito.
Maddalena De Franchis
PER GLI 80 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE SUSANNA
UN RICORDO DEL POETA E DELL’EDUCATORE A PRO DI
AMMINISTRATORI E CITTADINI INDIFFERENTI
Di Vittorio Zacchino
Insegnò una verità sempre attuale:
<< I veri nemici delle istituzioni non sono coloro che le avversano perché ne soffrono, ma coloro che, abusandone, le rendono intollerabili>>.
Dice qualcosa il nome di Giuseppe Susanna(1851-1929) ai tanti ( non tutti beninteso) verseggiatori in vernacolo del nostro tempo i quali si arrovellano per fabbricare, pubblicare, declamare dove possono le loro spesso sgangherate frottole rimate? E ai suoi concittadini ? E a coloro che amministrano questo paese sempre più distratto ?
Evidentemente no. E perfino colui che lo ha inquadrato criticamente nel suo tempo - intendo Donato Valli nella Letteratura Dialettale Salentina – L’Ottocento (vol.II Galatina 1998) - si confessava così:<< quel che impressiona di questo poeta è il trovarselo improvvisamente davanti, incontrandolo quasi per caso a una imprevedibile svolta di strada>>. E queste parole per introdurre un personaggio schivo e solitario, sconosciuto non soltanto tra i concittadini, bensì ai più noti poeti in dialetto contemporanei, il De Dominicis in primis, ma anche a coloro con i quali non era poi troppo difficile avere contatti: per es. Francesco Castrignanò di Nardò, o Giuseppe Marzo e Nicola Patitari di Gallipoli.
Eppure il Susanna, socialista atipico e mangiapreti, ancorché spirito di pensosa e profonda religiosità, era assiduo collaboratore del settimanale dei progressisti “Spartaco” che usciva a Gallipoli, sul quale venne pubblicando corrispondenze sulla politica locale e nazionale,e,successivamente, riflessioni politico-ideologiche e satire in dialetto galatonese.
Le benemerite ristampe dello “Spartaco” a cura di E.Pindinelli ci svelano via via i numerosi interventi del pubblicista galatonese contro l’odiato malgoverno locale,e le sue animose tirate ideologiche contro il deputato del collegio Nicola Vischi, i suoi supporters locali, il girellonismo depretisiano e pentarchico, il coloniasmo, la Rerum Novarum, il bacchettonismo coevo, e via dicendo.
Di Giuseppe Susanna cade alla fine di questo mese di giugno l’80° anniversario della morte. Era nato il 27 giugno 1851 da Tommaso e da Maria Pantalea Fiorito; si spense il 28 giugno 1929. Penultimo di otto figli, rimasto orfano fin da tenera età, venne cresciuto senza amore dagli zii paterni, il canonico Luigi e le due sue sorelle zitellone Eufemia e Rosa.
Il romanzo Tutti Vittime pubblicato il 1910 presso la Tipografia Sociale di Gallipoli col pseudonimo di Giorgio Solmura, se non ha particolare valore letterario, offre comunque lo spaccato, anche autobiografico, di un piccolo mondo paesano, arretrato e bigotto, dominato dagli agrari e dai conservatori; un mondo marcio che si sforzava e si sforza di uscire dall’arretratezza e di darsi un qualche straccio di progresso. Come tanti altri centri salentini e meridionali.
Contro la volontà degli zii, Susanna studiò da autodidatta e riuscì a diventare maestro elementare. La lettura verista di Verga, e quelle del De Amicis e del Pascoli, lo conquistarono alla religione di una nuova fraternità umana, all’ideale di un grande amore verso i miseri, per cui abbracciò decisamente l’idea del nascente Socialismo.
Con la missione dichiarata, in prosa e in verso, di combattere ogni forma di corruzione e di clientelismo, di redimere ed educare il popolo attraverso l’azione purificatrice del socialismo.
Ma le sue prime satire in dialetto galatonese, insieme all’impegno di alfabetizzare i popolani incolti, presso la sua scuola serale gratuita, infastidirono notevolmente i maggiorenti che amministravano il paese e oziavano nel circolo cittadino, provocando le loro veementi reazioni, l’isolamento, il discredito affidato a “infami libelli”, la persecuzione e il blocco della sua carriera di insegnante. Costringendolo a dimettersi nel 1890 ad onta delle sue universalmente riconosciute e dimostrate doti pedagogiche e didattiche.
Si dedicò quindi interamente alla sua missione di redenzione, adoperando soprattutto il dialetto, la sola parlata familiare capace di veicolare - come scrive con acutezza Mario Marti -<<i problemi vivi ,calati nel vivo della vita quotidiana, e quasi sbriciolati minutamente in adeguazione “dialettale” all’istruzione e alla mentalità del popolino inquieto>>; in parole più povere, rivolgendosi in dialetto al popolo, il poeta era certo di farsi meglio capire da lui e quindi di poter elevare la coscienza sociale. delle masse diseredate e di difenderle dal linguaggio aggressivo e furbesco dei suoi sfruttatori.
Ancora a Gallipoli, presso la ricordata Tipografia Sociale, il Susanna pubblicava nel 1912 un gruzzolo di componimenti satirici dal titolo Scritti in dialetto galatonese. L’anno successivo 1913, quello dell’effimero trionfo socialista del suo amico Stanislao Senape de Pace alle elezioni politiche, ne sostiene la candidatura pubblicando su “Spartaco” cinque dialoghi in versi martelliani con i quali dà voce a figure di contadini scaltriti e politicamente più evoluti, in grado di confutare le tesi degli avversari. Per esempio il suffragio allargato poneva il problema della formazione di una coscienza elettorale nel proletariato che veniva chiamato per la prima volta alle urne; era necessario preparare elettori non raggirabili, ma capaci di esprimere una volontà propria e soprattutto di resistere ai subdoli assedi del padronato. Così nel dialogo III fra due proletari che discutono del voto, il più sveglio Francesco consiglia all’impulsivo Sebastiano di tenere a freno i bollenti spiriti e di deporre i propositi di violenza; cioè di usare bene il cervello, e mettere a frutto la segretezza del voto:
Ma cu tti cumprumitti ci diàulu ti cumanda? /
Tu à ffare di cusine, a ccinca ti ddummanda/:
<<Lu otu a cci lu dai>>?,rispundi quetu quetu:/
<<No tti lu pozzu dire,ca lu otu gghé sagretu.>>.
Cu lla cuscenzia sola l’omu s’à ccunsigliare/
Cu mbesta certu a ll’urna lu nome ci à mminare.
Cusì no ddici sine, e mmancu dici none,
no ssi ttinutu pècura, né tti urti li pirsone.
Il primato della morale sulla politica è un perenne leit motiv della poesia di Susanna, un ritornello sempre attuale, e lo stesso disgusto di chi sceglie di starsene in disparte anziché schierarsi, vedi l’odierno infruttuoso atteggiamento verso la casta, rischia di apparire roba di idealisti isolati, soggetti fuori dalla realtà, non partecipanti, e quindi ininfluenti.
Il tema della onestà in politica si lega alla battaglia per i diritti civili alle donne nella quale Susanna è in prima fila, anzi sorprendentemente e decisamente filo-femminista, come si può capire da questo celebre brano de L’Ultima sera di Carnevale in cui la donna si propone quale nuova amministratrice e moralizzatrice, in alternativa al vecchio e intollerabile malgoverno dell’uomo:
E, cquantu cu llu tiempu nui cchiui ni mmurtalamu,
à dittu lu Guernu ca face cu vvutamu
Cazza! Se a llu Cumune nui rriamu cu ssalimu,
sempre ca di li màsculi cchiù mmegghiu nui facimu.
Li femmine, sacciàtilu, oltre lu bbonu core,
li manere cchiù dduci, li razzie di l’amore,
li ranfe e lla pacenzia,aimu lu nasicchiu
di jatta, recche d’orpe, occhi di suricicchiu,
e nno nni scappa nienti di mienzu a llu paese.
Sapimu quantu nci ole cu bbuschi nu turnese;
e ccu Ssantu Sparagnu mote tasse ndi lliamu,
a cci camina zzoppu li jambe li ndrizzamu,
e ccitte, senza rùscitu, cu majare di notte,
la fabbrica bruciamu di totte li pagnotte.
Il tema della guerra, svolto in italiano e destinato ad un pubblico evidentemente assai pià vasto del ristretto uditorio paesano, è variamente trattato nella raccolta Guerra alla Guerra pubblicato a Nardò nel 1920, in cui il poeta narra gli orrori di ogni guerra e bolla le ipocrisie, l’affarismo, i fiancheggiamenti del clero, l’ <<armiamoci e partite>>.
Qui l’idea di una patria di tutti, di una madre che non sia in volto donna di bellezza,/ e dentro mostro iniquo, sirena ingannevole; l’idea di una patria estesa ai fratelli del mondo intero, viene a fondersi in un universale sentimento d’Amore e di fraternità che coinvolge giovani e vecchi, ricchi e poveri, bianchi e neri, alberi, piante, animali.
Così nel magistrale brano sull’Amore tratto dal citato L’Ultima Sera di Carnevale :
Essire senza amore no ppo’ cchiare
se uti tuttu lu niersu mundu:
ama lu pesce quando scioca a mmare,
ama lu erme di la terra a ffundu,
ama lu cidduzzieddu cu llu cantu,
cu lli fiurieddi sua la chianticedda;
ama la tigre cu llu riccu mantu,
e dda pitita di la palumbedda;
ama lu ggioine ci ssiste lu nanni,
lu ecchiu ci succorre li puirieddi,
ci a llu malatu ncòfana li panni,
ci mena li muddècule a lli cieddi.
Totta la ita noscia sta allu core.
Se iddu no bbatte putimu campare?
Ci ae la disgrazzia rresta senz’amore,
o si carotta o vae ssi mena a mmare.
Morendo il 28 giugno di 80 anni fa, tra i poveri e i vecchi dell’Ospizio dei Cappuccini,il poeta-educatore-benefattore lasciava i propri beni al Comune, raccomandando l’istituzione di una biblioteca pubblica e di una borsa di studio a favore di uno studente povero.
Un modesto cippo lo ricorda al cimitero: ma quanti se ne sono accorti? Una domanda ce la dobbiamo fare: Dov, è che stanno i morti? In paese, o al camposanto?
La scuola e gli studi per ciascuno di noi non sono stati che una fase,.............

I love Radio Rock
Nel 1966, appena due anni prima che le gerarchie antiquate del mondo occidentale cadano sotto i colpi della contestazione giovanile, il rock in Gran Bretagna è fuorilegge. Mentre a Londra si sfoggiano le prime minigonne, la musica pop rock di Mick Jagger e degli Who viene trasmessa da una radio pirata fluttuante sulle onde del Mare del Nord. I dj di Radio Rock, l’emittente clandestina che fa infuriare compassati ministri e reali, si fanno così paladini di un nuovo stile di vita, di una nuova dimensione morale che contagia la popolazione. Il rock, accompagnato dai disinibiti commenti dei dj, rimbalza nelle case degli inglesi, entusiasmando vecchi e bambini, collegiali e studentesse universitarie, giovani coppie e impiegate romantiche. I divieti, sempre più severi, non riusciranno ad arginare questa ondata provocatoria e trasgressiva.
Basandosi su una storia vera, Richard Curtis – sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill – racconta la buffa vita folk di un gruppo di rockettari che, nel 1966, comincia a trasmettere musica rock a bordo di una nave alquanto malridotta, trascinata al di fuori delle acque territoriali inglesi. Solo musica pop rock, ventiquattro ore su ventiquattro, mentre la BBC, fedele agli ordini dell’establishment, ne trasmetteva quaranta minuti a settimana. Quando il diciottenne Carl approderà sulla nave, in cerca del padre e di un esordio nel sesso, imparerà rock, vita e amicizia da questa ciurma di dj balordi e sboccati, disobbedienti e divertenti. La commedia, piena di humour e di gag azzeccate, si intreccia così con i toni, ispirati e persino commoventi, del romanzo di formazione. Il tutto condito da sesso, droga e – soprattutto – rock ‘n roll, con una colonna sonora che è già un cult imperdibile.
Dal Cat Stevens di Father and Son ai Kinks di A Whiter Shade of Pale, dagli Who ai Rolling Stones, il film ripercorre in musica il fermento, la rabbia e le conquiste di un’epoca: un momento storico cruciale, in cui le vecchie strutture iniziavano a scricchiolare e la nuova cultura veniva introdotta da veri e propri corsari, pirati bizzarri e visionari, etichettati come corruttori e fuorilegge. Proprio come i dj di Radio Rock. Una sporca dozzina di personaggi indovinati e meravigliosamente assortiti, guidati dal “Conte” Philip Seymour Hoffman, ancora una volta in una splendida prova. Ma vale la pena ricordare tutto il magnifico cast: Bill Nighy, nella parte del proprietario della nave-radio; Rhys Ifans, nel ruolo del carismatico Gavin, il dj adorato dal pubblico femminile; Kenneth Branagh, che si immedesima simpaticamente nel ruolo dell’odioso ministro che vuole spegnere le radio sovversive. Impossibile non provare nostalgia: “I migliori giorni della nostra vita”, come li definisce il Conte a un passo dalla fine, difficilmente torneranno nei nostri tempi anestetizzati e indifferenti.
Maddalena De Franchis

STRINGIMI A TE
E poi mi trovo qui, a vedere la mia casa e i rumori della mia gente. Mi trovo qui e sembra che il mondo non sia poi lo stesso per tutti: sembra possa esistere un inferno e un paradiso senza un confine sfumato, solo netto. Un giorno ed una notte che sanno d’amore e di morte. Solo d’amore o solo di morte. Pensavo che l’alba arrivasse più lentamente. Non ricordavo un passaggio così veloce. “Ma hai sentito Albè?”. “Si, ho fermato la televisione che stava per cadere Andrè!”. “Vabbè dai, io vado a dormire”. “Si, si, spengo e mi metto a letto anch’io che domani devo ripetere per l’esame”.
Poco dopo la scossa delle 00.00 abbiamo scherzato un po’ col coinquilino. Cercavamo di sdrammatizzare, anzi, credere e convincerci che le tante rassicurazioni dei giornali dei giorni e dei mesi precedenti valessero anche per quella, che sembrava una delle tante, solo l’ennesima scossa. Nessuno tra gli amici, né i tg alimentava preoccupazioni. Ho salutato andrea e chiuso la porta accanto al mio letto. Ho acceso la luce della scrivania. Ho dato un po’ di ordine a delle carte e ho rotolato tra le mani il mio anellino. Ho pensato forte a lei. Senza che il pensiero si fermasse su qualcosa di particolare. Quando penso a lei, che sia un’arrabbiatura o una gioia, in quel pensiero finisco sempre col sorridere. Ho pensato a quello che mi ero detto poco prima con Andrea, al fatrto che era da poco entrato l’ultimo giorno prima dell’esame e poi agli amici con cui nel pomeriggio per messaggio progettavo un pasquetta. Ho acceso la luce del comodino e spento l’altra. Mi sono svestito e indossato il pigiama blu che era sotto ai miei cuscini. La batteria del cellulare, come ogni volta, l’ho collegata al caricatore . Ha emesso un suono. Mi sono arrivati alcuni messaggi. Parlavano di “buonanotte” e ho rimesso il telefonino accanto all’interruttore della lampada. Non ho spento subito e son rimasto seduto un po’ sul letto a pensare a tante cose, fissando un disegno formato “carta da imballaggio”. L’avevo disegnato perché volevo nascondere un alone che stava su quel lato della stanza, che seppur impercettibile m’infastidiva vederlo. Ho fissato a lungo paperina che guardava paperino e ho pensato in silenzio, sorridendo: “Quanto le somiglia!”. Sono sceso con lo sguardo sulla porta e il cuore mi ha detto: “non sarebbe meglio lasciarla aperta sul corridoio questa notte?” ma ha risposto per me la stanchezza. HO tirato in basso il tasto rosso dell’interruttore della lampada e mi sono girato sul fianco stringendomi addosso il piumone.
Nell’omelia della messa delle 20.00 don Gino, che ha pochi anni più di me, aveva commentato la lettura della passione della domenica delle palme con “Dio non è un’assicurazione, un modo per evitare i problemi, sfuggire da essi. Dio ti dà la forza e il metodo per viverli e attraversarli”. Mi è ritornata in mente questa frase insieme ad altre, alla fine della quale ho detto “Aiutami a chiederTi perdono”, col desiderio di volermi confessare per la settimana santa che iniziava. Al Cielo ho lasciato questo pensiero e le sue ali. Gli occhi erano chiusi già da un po’, i pensieri mi hanno accompagnato nel sonno. Amore. Silenzio. Stanchezza e finalmente sonno. Ore 3.32.
Il rumore di un martello pneumatico, incalzante, deciso, continuato, infinito. Che rumore forte! “Cos’è?”. Il letto vibrava e mi son messo in piedi per la stanza. L’equilibrio mancava. L’armadio sbatteva.. Buio. Tutto buio. Troppo buio. “Andrè! Andrè!” ho gridato con tutta la voce che potevo “Albè!” ho sentito rispondermi. “Cazzo! Cazzo! Questa è forte! Dai, dai usciamo!”. Sono tornato in camera. Ho cercato le scarpe nel buio e le ho infilate senza preoccuparmi dei lacci. Buio. L’abitudine mi ha fatto prendere il cellulare ed il portafoglio. Buio. Mi sono avviato per il corridoio della casa. Buio. Sentivo la voce di Andrea gridare, ma perdevo l’equilibrio. Buio. La luce del cellulare mi ha fatto intravedere una crepa importante. Ho temuto. Nell’ingresso cercavo il giubbotto, che era accanto alla porta. Ho sbattuto il ginocchio. Ho iniziato a scendere le scale e nel buio sentivo i calcinacci e le briciole di tufo per terra. Respiravo polvere. Sono riuscito ad arrivare in fondo al condominio. Il portone d’uscita era bloccato da un pannello di legno che decorava il corridoio d’ingresso. Il pannello era grande più di un’automobile e sopra era ricoperto di tufi e calcinacci. Li abbiamo spostati e abbiamo provato a tirarlo su. Il cuore faceva mancare il fiato e al primo tentativo il pannello ci è caduto a terra per il peso. Abbiamo provato una seconda e poi una terza ed una quarta volta. Abbiamo provato a muoverlo in mille modi con addosso una paura che altro è immaginarla altro è viverla. Andrea ha picchiato con i pugni sul portone gridando “Aiuto! Aiuto!”. “Dai Andrea vieni qui, proviamo di qua!” e finalmente, con una forza che non avevo pensato potessimo avere considerando i tentativi precedenti siamo riusciti a tirare su il pannello. Andrea aveva avuto la lucidità di prendere le chiavi. Se non le avesse prese ci saremmo trovati bloccati perché la serratura a scatto, elettrica non funzionava, ovviamente, senza elettricità ed ormai la porta di casa era chiusa dietro di noi.
Sembrava fosse tutto finito, ma poco dopo un polverone immenso ci ha travolti. Nei lampioni andava e veniva la corrente e tutto diventava ora fioco ora completamente buio. Ci siamo allontanati per strada come se si camminasse nella nebbia. Al centro dell’incrocio di via xx settembre con la villa comunale iniziavano ad arrivare come zombie ragazzi e ragazze che piangevano gridando. Chi in pigiama, come noi, chi in mutande, chi con ancora addosso il piumone. Tutti t4ravolti dalla disperazione. Un signore mi ha chiesto di telefonare. La linea per la quale chiamava non era libera. Ho provato a fare il numero di don Gino e poi quelli di tanti altri amici. Mi ha risposto piangendo. Era in piazza duomo e gli siamo corsi incontro. Vedevo cornicioni penzolanti, abitazioni squarciate, il corso bloccato dalle macerie e pellegrinaggi di paura a volte lenti d’incredulità e a volte in corsa di disperazione. E intorno respiravamo polvere di tufo e si tossiva. Sotto i calcinacci un uomo chiedeva aiuto. In piazza un altro si reggeva il sangue. Alcuni stesi per terra respiravano ad occhi chiusi. Abbiamo incontrato don Gino, che piangendo mi ha è corso incontro e mi ha abbracciato forte. Molto forte. In pochi istanti la piazza si affollava e i messaggi tra noi studenti arrivavano anche sul mio telefonino. Tra questi quello di Claudia: “Stiamo partendo con la macchina adesso, vieni con noi?”. Mi sono voltato verso don Gino e a lui ho fatto questa stessa domanda. “VAIIII!” mi ha gridato. Ho salutato Andrea e Luisa e sono corso tra le macerie verso la villa comunale. Il traffico aumentava, i clacson sembravano impazziti. Ero fermo, nel pigiama, ad aspettare Claudia e i suoi genitori, con la terra che borbottava di assestamento.
Un viaggio silenzioso, di notte verso strade che non conoscevamo. Il desiderio di fuggire il più possibile da lì. “VAI!”. Se non avessi sentito quel grido non sarei partito. Sarei rimasto lì, nella mia famiglia universitaria, perché (e che se ne dica) lasciare un amico era come lasciare un fratello. Se quel grido avesse tentennato, se solo avesse tentennato, non mi sarei mosso, anche se tutto, intorno non poteva altro che definirsi inequivocabilmente inferno. Avere una persona accanto conosciuta, avrebbe alleviato le paure.
In macchina son rimasto in silenzio, nel mio pigiama blu, come si sta di fronte a tutto ciò che non puoi capire. Come ha fatto a non cadermi l’armadio enorme addosso? Come abbiamo fatto a sollevare quella lastra con Andrea? Come ho fatto ad uscire da quel palazzo ed incontrare proprio quel “VAI!”? E Claudia come ha fatto nel panico, nella corsa, a ricordarsi proprio di me? Pur restando in silenzio, questo ripassavo nel mio cuore, incredulo, nel dubbio tra un sogno riuscito male o lo spettro crudele della realtà. Come non posso chiamarlo “miracolo”? Come faccio a non credere che sia stata “provvidenza”? Perché pensavo al Signore quando quel portone sbarrato sembrava che dicesse soltanto “Dove andate? Siete sepolti qui!”.
Sono vivo e lo racconto. Scrivo in casa mia, nella stagione dei germogli dei fiori, con le voci dei vecchi che passano sotto il mio balcone e parlano un dialetto che conosco. Lo racconto e come faccio a non parlare di una “grazia”? Come faccio a non sentire su di me, adesso, anche la vita di Armando, Rossella, Andrea, Giulia, Serena… che non ci sono più? Ma solo di loro ho notizie: c’è chi è ancora lì, sotto quelle pietre. E tanti, tanti amici non li ho più sentiti: hanno i cellulari spenti. Non so che fine abbiano fatto, né se un giorno mai più li rivedrò. Ho solo il cuore che parla e li cerca respirando ancora e il mio cuore lo fa negli abbracci, nelle voci, negli occhi delle persone che adesso incontro e sento ininterrottamente e che amo stringere a me e sentirle vicino perché ne ho un bisogno infinito. Alcuni sono amici che conosco da tempo, ma altri di voi, come forse sei anche tu che stai leggendo, non li conosco, ma anche a te scrivo questa lunga lettera, che parla di vita e di morte nello stesso respiro e che non cerca spettacolarizzazioni, ma un po’ di tempo per parlare alla tua coscienza.
Non cercar il successo, il potere, i soldi, l’arrivismo, cancella dai tuoi pensieri tutti i rancori, i litigi che ci sono nella tua famiglia, fuori, nel lavoro. Perdona, cerca proprio quella persona a cui vorresti dire qualcosa e perdona! Oggi! Adesso! Muovi tu il primo passo ed ama! Che ne hai della tua vita se un giorno perderai tutto? Fa che quei silenzi non si trasformino in rimpianti eterni.
Ama! Ama davvero, con tutto ciò con cui puoi dimostrarlo! Di “Ti voglio bene!” a chi incontri, ripetilo. Sorridigli e non t’importare di sembrare ridicolo.
Rispetta ciò che hai e non confezionare programmi di corse frenetiche o momenti che non servono ad edificare dentro di te valori che poi non puoi raccontare. Non perderti negli estremismi del divertimento, della velocità, dell’alcool, della politica, delle idee… non serve! Tutto ciò vale poco! La ricchezza, quella vera, quella che basta è nella povertà di un affetto. Non serve a nulla accumulare finti bisogni: ciò che puoi portare con te è solo ciò che porti dentro di te, il resto finisce! Tutto! Avevo finito di scrivere il mio secondo libro, un romanzo, ne avevo iniziato un altro, aspettavo di fare l’esame due giorni dopo il terremoto per poi dedicarmi ad inviare quel testo… alle case editrici e sognare una pubblicazione. Avevo programmato quando contattare il professore per iniziare ad informarmi sul lavoro di tesi. Avevo conosciuto un sacco di nuovi amici. Ed ora? Ne conservo soltanto una bozza, ma non ricordo più dove; non so se e quando ricomincerò l’università, alcuni di quei cuori non ci sono più… .
Ho visto persone rincorrere lo studio, gli esami, il “primo posto”, ogni giorno, senza voler cercare spazio nella loro vita per suonare una chitarra e cantare, ho visto professori universitari sentirsi onnipotenti e intervistati giorni dopo dentro ad un pigiama, ho visto me stesso, di fronte a quel portone solo e spogliato della mia vita: “Mi fossi confessato” ho pensato in quel momento. Perché nient’altro ti resta che il Cielo. Perché solo quello sa cercare, in quel momento il tuo cuore. Perché vivi quegli attimi di paura senza avvertire la distanza che puoi vedere normalmente tra il cielo e la terra in un qualsiasi giorno di solo. Tiri tutto giù e il tuo cuore parla con qualcosa che somiglia davvero a quel “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!”. Si, sembra strano forse, pensare che ti venga in mente questo, ma con la morte in faccia (perché solo questo mi diceva quella lastra di legno) non desideri altro che morire nel migliore dei modi, anche se non sai se quel Dio che si racconta nella storia e ti chiede di voler vivere dentro di te, di essere il suo prolungamento sulla terra, esiste o meno per davvero.
Quelle immagini che si vedono in televisione non si fermano soltanto lì: i miei occhio vanno oltre, perché conoscono il punto, il colore del palazzo accanto (che magari non viene inquadrato dalla telecamera) e dentro quelle montagne di pietre sanno chi ci può dormire. Oltre quelle immagini vedono storie di persone che fino a pochi giorni prima, ti avevano aperto la porta di quella casa per darti degli appunti o invitarti per sorridere ad un caffè.
E noi oggi chi siamo? Dietro cosa ci perdiamo? Quanto siamo pronti a vivere la morte? E’troppo facile dare ancora la colpa di tutto a Dio! Quelle case non le ha costruite Dio, che si preoccupa (ed occupa) invece, di edificare dentro di te, ciò che hai dentro: quelle case le hanno costruite gli uomini, con la loro libertà. Ma con quale coscienza? (E quale scienza?) Se una basilica di San Bernardino alla grande scossa non si è neppure aperta e la casa dello studente dondola come fosse di cartone: una costruita con le regole della matematica, l’altra soltanto con quelle umili di un passa parola. Cosa resta dell’orgoglio di quegli alloggi quarant’anni dopo? E’ possibile che dietro ci sia ancora una volta una logica di profitto? Si, rispondo io! Si! Perché a L’Aquila, gli studenti meno facoltosi, pur di avere un alloggio dormivano dentro gli appartamenti, che non chiamavi “tuguri” soltanto per non offendere la dignità di quell’amico. Ma con quale coscienza si affittavano? Con quale coscienza gli amministratori pensavano ad una “metropolitana di superficie” poi mai più ultimata per errori di calcolo, quando quei soldi per un servizio, oggettivamente ritenuto inutile da tutti, potevano servire per migliorare gli stabili? Andrea, Armando, Rossella, Serena, Giulia… non siano soltanto storie sulle quali ritorcere un dolore ma portino fuori di noi ciò che conta veramente, ci educhino (ex ducere) a vivere responsabilmente il nostro lavoro, le persone che incontriamo e la nostra religiosità.
Personalmente, ora che ho pianto e sono tornato a sentire il mondo, dico di aver visto davvero tanto di quello che testimonia il Vangelo. A tutti i miei amici in rubrica, questa mattina, ho mandato un messaggio che riassumeva questi pensieri, invitandoli a non confondersi, perdersi dentro le banalità, ma di cercare Cristo, perché chi sa vivere un’esperienza con Lui, anche fuori dalla semplice Pasqua e della messa fa un’esperienza d’amore, che non è diversa da quelle che passano attraverso i nostri messaggini del telefonino, i baci, le complicità e le passeggiate in riva al mare… e come tale, morte o vita che sia, ha la potenza di sconfinare oltre gli estremi confini della terra. Senza la mia fede, avrei sofferto molto di più. Il cuore mi tiene in mano e parlo: sarei potuto morire, ma sarebbe stato diverso morire in pace con il Signore, e all’appello delle mie responsabilità di studio e di relazioni umane, quella notte mancava solo Lui.
Non restiamo in silenzio, parliamo, abbracciamoci, cerchiamoci, rispettiamoci, stimiamoci… sia questa tragedia l’inizio di un nuovo modo di vivere. Non ci blocchi la paura: c’è Chi ha insegnato un metodo per vivere la morte.
E’ questo ciò che passa nel mio cuore ora che posso ritornare a guardare il mio mare e sento il dovere di amplificare questa Verità, con la speranza che tu in prima persona possa tra i tuoi cari, diventare suo prezioso e irripetibile prolungamento.
“E’ arrivato il tempo, di lasciare spazio a Chi dice che di tempo e spazio non ne ho dato mai”. Canto questa canzone scritta dal mio amico Giuliano Sangiorgi. Ho trasformato quel “chi” in maiuscolo, Signore, perché come facevo anche da bambino, con la mia chitarra ti dedicavo le canzoni che più mi piacevano. La dedico Te, perché per pensare all’esame, alla corsa della ripetizione, fino a quella notte, pensando ancora una volta di più a me stesso non ero riuscito a trovare “spazio e tempo” per chiederti perdono, neppure per un’ora.
Alberto Zuccalà
Studente del sesto anno della facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di L’Aquila sopravvissuto miracolosamente al terremoto.
Galatone (lecce) 8/4/09
"Stringimi a te" in video:
Ricevo e pubblico alcuni brani di Fernando Maglio che, a mio modo di vedere, ........

Diverso da chi?
In tempi di propaganda e di consultazioni elettorali, mentre al cinema impazza Angeli e Demoni, può essere divertente riscoprire una pellicola italiana passata nelle sale lo scorso marzo e prossimamente disponibile in DVD: la brillante satira omopolitica Diverso da chi?. Una piacevole commedia sentimentale che ripropone, in chiave leggera leggera, il tema dell’attivismo politico gay, già visto, in questa stagione, nel premiatissimo Milk di Gus Van Sant.
In una città mitteleuropea del profondo Nord, che potrebbe essere Trieste, Piero è un giovane politico dichiaratamente gay, che lotta per i diritti degli omosessuali e convive felicemente con un compagno, Remo. Candidato sindaco a sorpresa, Piero viene affiancato in piena campagna elettorale da Adele, una bacchettona estremista di centro, conservatrice e fedele ai valori della famiglia tradizionale. Il loro rapporto, inizialmente contrastato, si trasformerà ben presto in una travolgente attrazione sessuale che, oltre a provocare imbarazzi ed equivoci, scatenerà in Piero un apparente “pentimento”. Tuttavia, dopo il peccato etero, tornerà dal compagno, ferito e fedele.
A differenza di Milk, appassionata e sofferta biografia civile che racconta gli ultimi anni di vita dell’uomo che per primo lottò per affermare i diritti dei gay, Diverso da chi? si cala perfettamente nella realtà nostrana, inserendosi sullo sfondo di una campagna elettorale che diventa farsa italiana e delineando profili, caratteri e situazioni incredibilmente vicini alla nostra esperienza più recente. Ad esempio, l’apparente “guarigione” di Piero fa pensare a molte, imbarazzanti, puntate di Porta a Porta, nonché alla canzone sanremese Luca era gay, in un’inedita versione cinema. Allo stesso modo, l’aver affiancato, a un candidato sindaco gay, una candidata vicesindaco caparbiamente familista, fa pensare a certi tentativi, tipici del nostro centrosinistra, di governare le derive a destra con la creazione di improbabili coalizioni che tengano insieme sensibilità e provenienze diverse.
Una commedia ben scritta e ben sceneggiata, che deve il suo successo principalmente al trio dei suoi protagonisti, tutti in stato di grazia: Claudia Gerini, appassionata e divertente nel ruolo della candidata vicesindaco che si scopre innamorata del suo “quasi” rivale, Luca Argentero, gay senza folklorismi, Filippo Nigro, bravissimo e sobrio nel ruolo del compagno tradito, vittima fedele. Un tentativo, curioso e abbastanza riuscito, di mescolare la brillante commedia americana con i temi di casa nostra. Da godersi in poltrona, aspettando i risultati degli ultimi exit poll.
Maddalena De Franchis
Ricevo e Pubblico
I Latini avrebbero detto Festinatio pessumdedit multos=L’impazienza nuoce a parecchi. Ma il detto popolare galatinese la muscia pi lla pressa fece li fili cicati indubbiamente è una metafora assai più efficace perchè si presta meglio a fotografare il rischio di prendere fischi per fiaschi da parte di chi si fionda a capo basso in qualche discussione, nella fregola di dire la sua. Senza aver bene riflettuto. E’ quanto non di rado capita al curatore di un blog nostrano la cui ultima gaffe è l’intervento veramente precipitoso relativo alla gara di tiro alla balestra organizzata il 24 maggio u.s. da Giuseppe Manisco.
Siccome è storicamente documentato che i galatonesi del Cinquecento hanno fatto uso ed abuso della micidiale balestra, Manisco ha inteso riproporre pubblicamente, a beneficio dei concittadini, una gara fra contrade. Senza altri grilli per la testa. Nelle sue intenzioni non entravano a nessun titolo né il Medioevo, né Umberto Eco, né i Templari, né il Vescovo Fornari e naturalmente non la chiesa della Grazia costruita il 1591, non il convento dei Minori Osservanti, che non è coevo della chiesa, bensì realizzato nel 1674.
Purtroppo c’è chi , sentendo odore di Medioevo, si trasforma repentinamente in dotto cattedratico, ma, anzicché far chiarezza, semina confusione e si lascia dietro più di un gattino cieco. E si produce in una lezioncina inopportuna, inutile, e del tutto fuori luogo.
Per offrire alla sua città quel che ha proposto , Manisco ci ha messo talento, tempo, e denaro di tasca propria, con qualche aiuto esterno, ma non certo del Palazzo che sembra nutrirsi esclusivamente del volontariato e della tasca dei cittadini, e pertanto si permette il lusso di non avere alcuna politica culturale.
Manisco si è fatto prestare dei costumi, quelli che ha trovato, ha allenato delle persone per far divertire esse e la piazza. Senza la pretesa di scimmiottare il Medioevo, né l’intenzione di produrre falsi storici e nemmeno l’idea di dover sostenere gli esami di storia medievale ad un novello burbanzoso Umberto Eco. Purtroppo a Galatone i professionisti e custodi della purezza del Medioevo non ci stanno. Anche se giurano di essere tutt’altro che disfattisti. Preferiscono darsi la zappa sui piedi, ma non rinunziano a tacere. Sobrietà e prudenza non gli appartengono. Anzi se chiedono a Lazzaro di alzarsi, è solamente per poterlo ricacciare nella fossa. Strano paese questo nostro, in cui chi è animato dalla buona volontà e dall’entusiasmo di donarsi agli altri, anche a spese proprie, sia costretto a scontrarsi con i censori e gli inquisitori. Gli autentici implacabili cesellatori del nulla che ti si mettono di traverso per programma. Perché? Per oscurare chi fa?
Ha scritto il sociologo Alberoni a proposito dell’invidia: << Nelle società stazionarie tutta l’aggressività viene impiegata non a superare l’altro, a far meglio di lui, ma ad abbatterlo, a schiacciarlo, a farlo fallire>>.